Gabriele Sepio
La legge 166/2016 negli anni ha contribuito a generare filiere sempre più strutturate di donazione
La legge antisprechi (legge 166/2016) compie dieci anni e si conferma uno degli interventi più avanzati nel rapporto tra mercato ed enti dell’economia sociale. Non ha introdotto solo un insieme di regole per favorire la donazione di beni non più destinati alla vendita. Ha contribuito, piuttosto, a modificare la percezione culturale dello spreco, del consumo e della produzione, collocando il tema della sostenibilità lungo l’intera filiera che va dall’impresa al consumatore finale.
Il punto centrale è proprio questo: i beni che non arrivano al mercato, perché invenduti, ritirati dalla vendita, non più commercializzabili o esclusi dai canali ordinari per scelta dell’impresa, non perdono necessariamente valore. Possono, al contrario, diventare strumenti per rispondere ai bisogni della collettività, se inseriti in una filiera organizzata in grado di collegare imprese, enti del Terzo settore ed enti pubblici. È in questa prospettiva che la legge Gadda ha rappresentato un cambio di paradigma.
L’eccedenza smette di essere un costo da gestire o un bene destinato allo smaltimento e diventa una risorsa da recuperare e destinare a finalità sociali. Il dono, in questa prospettiva, supera la mera liberalità occasionale, assumendo una nuova funzione: recupero di valore e restituzione alla collettività con un beneficio concreto. Una logica che crea un legame forte tra imprese e Terzo settore, valorizzando quest’ultimo come veicolo capace di trasformare beni dotati di valore economico in risposte effettive a bisogni sociali.
Non a caso, in questi anni, attorno alla legge antisprechi sono nate filiere sempre più strutturate di donazione. È il caso delle eccedenze alimentari, ma anche dei farmaci e, in generale, di una pluralità di beni che il legislatore ha progressivamente ricondotto nel perimetro della disciplina.
Se nella fase iniziale il paniere comprendeva soprattutto generi alimentari, medicinali, prodotti per la cura e l’igiene della persona e della casa, integratori, cartoleria e libri, gli interventi successivi hanno esteso il campo anche a mobili, arredi, giocattoli, materiali per l’edilizia, elettrodomestici, personal computer e dispositivi elettronici. Come ha evidenziato l’onorevole Maria Chiara Gadda si tratta di «prodotti orfani non ritirati, rimanenze di fine stagione, beni scartati per lievi difetti estetici, che possono trovare nuovo valore nella filiera della solidarietà sociale senza scopo di lucro. La povertà, purtroppo, è in aumento e i bisogni delle persone riguardano l’accesso a cibo, così come a prodotti scolastici, per la cura e l’igiene personale e della casa, tessili, giocattoli. Per questo progetti come Amazon dona e Fondazione valore possono contribuire alla diffusione della cultural del dono».
A dieci anni dalla sua approvazione, la legge Gadda restituisce l’immagine di un modello culturale profondamente mutato: la donazione, da strumento residuale e occasionale, è diventata gradualmente una leva capace di incidere sui modelli organizzativi delle imprese più virtuose e degli Ets. Dieci anni fa, equiparare ai fini Iva la donazione alla distruzione dei beni rappresentava l’unica soluzione tecnicamente percorribile per non penalizzare chi donava. Ma è evidente che, sul piano formale, distruzione e donazione restano agli antipodi: la prima cancella il valore di un bene, la seconda lo rigenera, restituendolo alla collettività sotto altra forma. È la differenza tra dare nuovo valore e distruggere quel valore.
Proprio per questo, la legge 166/2016 può accompagnare una riflessione più ampia sul cambio di paradigma del nostro sistema fiscale. Anche grazie alla recente approvazione del Piano nazionale per l’economia sociale si aprono nuovi spazi per perimetrare un autonomo sistema giuridico, capace di riconoscere – anche sotto il profilo strettamente fiscale – la rilevanza delle azioni che sono espressione del principio di sussidiarietà: prima fra tutte, quella del dono.
